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LO SCHIAVA - UN PEZZO DI IDENTITÀ ALTOATESINA

2026-07-22 00:00

Martin Villgrater

Vino & altro, Report, Conoscere il vino,

LO SCHIAVA - UN PEZZO DI IDENTITÀ ALTOATESINA

Ci sono vitigni che si conoscono senza conoscerli davvero. Lo Schiava è uno di questi. Rosso rubino brillante nel bicchiere, con un aroma fruttato ...

L´EVOLUZIONE DI UN VITIGNO
 


Rosso rubino con una storia alle spalle

 

Ci sono vitigni che si conoscono senza conoscerli davvero. Il Vernatsch (Schiava) ne è un esempio. Rosso rubino brillante nel bicchiere, con un marcato aroma di frutta e mandorla, per secoli è stato il vino sudtirolese per eccellenza. Nessun altro vino rosso ha segnato il paesaggio, le cantine e il gusto degli altoatesini quanto lui. Eppure oggi, rispetto al suo antico predominio, conduce quasi un’esistenza di nicchia. Per capire come si sia arrivati a questo, bisogna tornare indietro di quasi cinquant’anni.

 

Un secolo al vertice

 

Il Vernatsch, in italiano Schiava, è di casa in Alto Adige da lungo tempo. Le prime menzioni risalgono al XIV secolo, quando Carlo IV a Praga permise, accanto alla «Vernatschia», l’importazione di pochi altri vini, costosi. Il nome stesso resta tuttora un piccolo enigma: i linguisti lo fanno risalire all’italiano «Vernaccia», a sua volta derivato dal latino «verna» – lo schiavo nato in casa del padrone. Nel contesto sudtirolese il termine compare per la prima volta nel 1490 in un conto vendita vini del monastero bavarese di Tegernsee, che all’epoca possedeva estesi vigneti a Bolzano e nell’Oltradige. 

Il Vernatsch divenne però il vitigno di massa solo molto più tardi. Dopo la catastrofe della fillossera a partire dal 1901 e la Prima guerra mondiale, i vigneti dovettero essere reimpiantati su larga scala, e la forte domanda proveniente dall’area di lingua tedesca dopo la Seconda guerra mondiale fece il resto. Alla fine del XX secolo il Vernatsch rappresentava fino al 70 per cento dell’intera produzione vinicola sudtirolese – un valore a cui oggi nessun’altra varietà nella regione può nemmeno avvicinarsi. Il primo duro colpo a questo predominio arrivò con la crisi del vino degli anni Ottanta, quando i mercati di sbocco tradizionali in Svizzera, Austria e Germania crollarono e più di un fedele bevitore di Vernatsch si rivolse ad altre zone vinicole.


 

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I numeri parlano chiaro

 

Nel 1971 entrarono in vigore le prime norme DOC, e con esse iniziò un percorso di qualità che nel giro di pochi decenni dimezzò le quantità di Vernatsch. Uno sguardo alle superfici vitate ufficiali rende tangibile questo cambiamento. Nel 1978 in Alto Adige si contavano ancora 3.572 ettari a Vernatsch, pari al 67 per cento della superficie vitata complessiva e al 71 per cento della quantità di vino imbottigliato. Entro il 1998 la quota era già scesa al 48 per cento della superficie, con 2.362 ettari rimasti. E nel 2017 erano ormai soltanto 807 ettari, appena il 15 per cento della superficie vitata altoatesina. Il calo è particolarmente evidente a Caldaro (Kalterersee), la più grande zona di coltivazione del Vernatsch: nel 1978 vi erano ancora 2.545 ettari coltivati, nel 2018 solo 373. Anche la zona di Santa Maddalena, a nordest di Bolzano, si è ridotta di oltre la metà nello stesso periodo, arrivando a 178 ettari, mentre il Meranese di Collina (Meraner Leiten) si attesta nel 2018 a 97 ettari. La riconversione ha riguardato soprattutto varietà internazionalmente più richieste. Il Vernatsch ha perso terreno, in senso letterale non meno che figurato. Il rovescio della medaglia di questo calo: il pubblicista enologico Herbert Taschler lo riassume efficacemente nella sua opera di riferimento Südtiroler Vernatsch – gestern, heute, morgen (Athesia-Tappeiner, 2018) – nonostante una qualità sensibilmente cresciuta, la percezione sul mercato arrancherebbe tuttora dietro alla realtà delle cantine. Un deficit d’immagine che occupa il settore da decenni.


 

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Tre sorelle, un carattere

 

Ciò che in pochi sanno: «Vernatsch» non è un clone unico, bensì una piccola famiglia di varietà strettamente imparentate, distinguibili ampelograficamente fin dal XIX secolo. Il Großvernatsch, in italiano Schiava Grossa, è il rappresentante più noto e oggi dominante. In Württemberg porta, come suo gemello tedesco, il nome di Trollinger. I suoi acini sono insolitamente grandi, il che spiega il colore relativamente chiaro: i pigmenti e i tannini si concentrano nella buccia, e con acini grandi il rapporto tra buccia e polpa risulta minore. Grazie a un’intensa ricerca clonale, oggi il Großvernatsch offre le qualità più affidabili, motivo per cui i vini ottenuti prevalentemente da questa varietà vengono spesso etichettati come «Edelvernatsch». Storicamente il Burgraviato attorno a Merano era la sua zona di diffusione principale. Il Mittervernatsch, chiamato anche Kleinvernatsch o Schiava Gentile, è considerato paradossalmente da ampelografi ed enologi la più pregiata delle tre varietà, proprio perché offre rese inferiori. In passato era la varietà dominante nell’Oltradige e attorno a Bolzano. Nei nuovi impianti oggi viene usata assai raramente, poiché la ricerca clonale l’ha trascurata e la resa nella viticoltura attuale risulta semplicemente antieconomica. Geneticamente, insieme al Teroldego, è persino genitore del Lagrein e del Marzemino. Il Grauvernatsch, Schiava Grigia, ha acini grigi e dà vini speziati e originali, ma è considerato impegnativo da coltivare. Paralisi del rachide e grappoli che faticano a maturare rendono rari i vigneti in purezza di Grauvernatsch, motivo per cui i vini etichettati come tali sono oggi per lo più un uvaggio. Storicamente era tipico delle zone attorno a Santa Maddalena e si dice abbia contribuito in modo determinante alla particolare fama di questo vino – un carattere delicatamente floreale, con un lieve profumo di violetta, che ancora oggi si attribuisce al Vernatsch di quella zona.

 

Zone di coltivazione con una firma propria

 

Dove cresce lo Schiava, plasma il territorio tanto quanto ne viene plasmato. Il Lago di Caldaro, coltivato sui terreni alluvionali e ghiaiosi attorno a Caldaro, nella parte meridionale dell'Oltradige, resta nonostante il calo la zona di coltivazione più estesa. A nord-est di Bolzano, il Santa Maddalena, cresciuto sui ripidi pendii attorno a Santa Maddalena, offre tradizionalmente i vini di Schiava più densi e speziati, oggi arricchiti fino al 5 per cento con Lagrein. I Colli di Merano e lo Schiava della Val Venosta costituiscono altre origini, più piccole, ma con un profilo proprio. Le altitudini fino a quasi 500 metri e le forti escursioni termiche giorno-notte tipiche dell'Alto Adige garantiscono freschezza in tutte e tre le zone, nonostante il carattere mite e leggero del vino.

 

 

 

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Da modello in declino a vino di culto 


Eppure la storia del Vernatsch non è solo una storia di perdite. Proprio perché oggi non deve più soddisfare la domanda di massa, ha guadagnato in qualità. Chi ancora coltiva Vernatsch lo fa per lo più consapevolmente, spesso su viti vecchie e a piede franco. È proprio questo aspetto a renderlo nuovamente interessante, soprattutto per un pubblico più giovane. Il riconoscimento per questo percorso si legge ormai anche nei premi: nel 1990 l’ambito riconoscimento «Tre Bicchieri» del Gambero Rosso andò per la prima volta a un Vernatsch – il Gschleier della Cantina Girlan. Nel 2003 seguì il Santa Maddalena del Pfannenstielhof di Bolzano, nel 2012 infine, per la prima volta in assoluto, un Caldaro: il Puntay della Cantina Erste+Neue. Parallelamente sono nate iniziative mirate di promozione: il Südtiroler Vernatsch Cup, lanciato nel 2004, il concorso «Dolomiten»-Vernatsch attivo dal 2014, e l’iniziativa di qualità «Charta Kalterersee» delle Giornate del Vino di Caldaro — tutte con l’obiettivo di riposizionare il Vernatsch come vino sudtirolese versatile, autentico e tipico. Come rappresentante dei ricercati «light bodied red wines» a livello internazionale — leggero, fruttato, con tannini moderati e note floreali di violetta — il Vernatsch incontra un crescente favore tra i giovani sommelier, e servito fresco è un vino da aperitivo difficile da eguagliare. Il Südtiroler Vernatsch Cup, organizzato ogni anno, conferma questa tendenza e porta alla ribalta giovani viticoltori e le loro interpretazioni del vitigno. Dal vino popolare del dopoguerra alla consapevole riscoperta: il Vernatsch ha alle spalle un lungo cammino, e a quanto pare la parte più interessante deve ancora venire. 


Fonti: 

  •  Vernatsch – Wikipedia 
  •  Vernatsch · Suedtirolwein 
  •  Südtiroler Vernatsch Cup 2025 · Suedtirolwein 
  •  Herbert Taschler: Südtiroler Vernatsch – gestern, heute, morgen, Athesia-Tappeiner Verlag, 2018
  • Foto: Gemini AI


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